martedì 3 dicembre 2013

Infanzie. I molteplici aspetti dell’infanzia in un secolo di fotografia

"Infanzie. I molteplici aspetti dell’infanzia in un secolo di fotografia"
Torino, Biblioteca civica Villa Amoretti, Parco Rignon, corso Orbassano 200.Inaugurazione: martedì 17 dicembre 2013 ore 17.00                                
Periodo mostra: dal 17 dicembre 2013 al 18 gennaio 2014
Apertura: lunedì  15-19, martedì/venerdì 10-13 / 14-19, sabato 10.30-13.00 / 14-18.
Nel periodo dal 23 dicembre 2013 al 6 gennaio 2014 gli orari potranno subire variazioni.
Progetto e organizzazione Associazione per la Fotografia Storica, Torino.
Curatore Laura Danna - Associazione per la Fotografia Storica. Catalogo: testi di Cesare Colombo e Giovanna Giordano.



L’Associazione per la Fotografia Storica di Torino, con questa iniziativa, prosegue nel suo intento di valorizzare e storicizzare la fotografia dell’Ottocento e del Novecento. 
In mostra una selezione di settantacinque immagini rigorosamente vintage, dal dagherrotipo alle più recenti stampe alla gelatina bromuro d’argento, realizzate fra il 1855 e il 1969  da vari autori tra cui:  Sommer, Millozzi, Von Gloeden, Comerio, Parisio, Ottolenghi, Dall’Armi, Peretti Griva, Gherlone, Mazzonis, Levi, Moncalvo, Corino, Colombo, Ghigo, Giacomelli, Fioravanti, Moisio, Mayne, Robino, Vallinotto.
La mostra si propone di trattare l’infanzia nei suoi molteplici aspetti, attraverso un secolo di storia, mai in maniera unilaterale e con uno sguardo obiettivo.
Affrontando il tema in un arco temporale così ampio emerge che la visione che spesso gli adulti vogliono dare e percepire dell’infanzia non è altro che una proiezione delle loro aspettative, dei loro desideri e dei loro sentimenti, più o meno interessati….
Questa vuole essere un’occasione per spogliare lo sguardo da ogni lettura conformista e preconcetta,  dare la possibilità di leggere attraverso le immagini, viste soprattutto come documento, la nostra storia in maniera lucida ma anche emotiva. I testi in catalogo di Cesare Colombo e Giovanna Giordano, uno ironico e disincantato e l’altro poetico ed emozionale sono all’insegna della vera pluralità di visione, ribadendo il senso della mostra, come momento di riflessione sulla storia, sulle nostre storie e su tutte le infanzie possibili e impossibili.

venerdì 29 novembre 2013

Come pubblicare un libro di fotografia a propria insaputa



Mi sono accorto di avere pubblicato un libro di fotografia a mia insaputa.
Quello che è grave è che l’“autore” è un’altra persona che ha firmato come sue pagine che avevo scritto io.

Scrivere un libro di fotografia con qualche pretesa di serietà e competenza richiede il suo tempo.
Sono giunto a realizzare “Dagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia. Positivi unici e processi antichi nel ritratto fotografico” dopo trent’anni di collezionismo, studio e ricerche e 5 anni di stesura e modifiche.

Sto ora lavorando ad un testo che raccoglie, coordina e sviluppa i miei risultati di ricerca e riflessione sul modo in cui funziona la percezione delle immagini, l’apprendimento visuale e la lettura della fotografia.
Pertanto sono andato a rivedermi vecchi appunti pubblicati nel corso del tempo.
Il modo più immediato per rintracciarli che mi è venuto in mente è stato quello di scrivere, anche solo poche parole delle frasi di cui mi ricordavo, nel form di ricerca di Google. Sorpresa! Non solo ho trovato i miei articoli, ma pure i brani del saggio dimostrativo di un libro di Luca Quaiotti.

Ho così scoperto che è stato pubblicato in forma cartacea:
«L'arte digitale. Lezioni di lettura informatica delle immagini»
Autore: Quaiotti Luca
Editore: Mucchi Editore, 2006 Modena
ISBN/ISSN 88-7000-439-2
(Nota: pubblicazione rimossa dal catalogo dell'editore il 2 dic. 2013)

Ed un ebook
http://www.ultimabooks.it/arte-digitale
Autori: Luca Quaiotti
Editore: Luca Quaiotti
ISBN: 9788868558055
Che ho potuto comprare in versione pdf per la modesta cifra di euro € 7,99

Il libro appare realizzato unendo "tesine", ma in effetti sei degli otto capitoli sono stati prodotti con un copia-incolla dei miei scritti. Posso ammettere che gli studenti universitari copino a man bassa da internet, ma non posso ammettere che qualcuno si appropri di produzioni intellettuali non sue, ponendovi la firma come autore. Qui si tratta di un reato previsto dalla legge n.633 e successive modifiche ed integrazioni.

Non comprendo nemmeno l'opportunità e la convenienza di questa violazione di legge.
Che senso ha pubblicare un libro con questo titolo, impiegando contributi non solo datati, ma anche largamente superati dalla tecnica e riferiti alla fotografia analogica?

Dalla pagina 50 alla pagina 53 è stato usato il mio contributo al link:
http://www.gri.it/old_GRI/tecnica/colore.htm

Si tratta di considerazioni sulla stampa colore con tecnica sottrattiva (filtri giallo, magenta, ciano) che si effettuava con ingranditori e carta fotografica colore da trattare in drum con tolleranze di temperatura abbastanza critiche e una serie di sette (sic!) bagni. Al tempo usavo un Durst 605 con un set di filtri Cibachrome. Ho sempre sognato di poter disporre di una testa colore dicroica. Erano gli anni Ottanta del secolo scorso. L’articolo include saggi consigli per il corretto processo di bilanciamento colore con le combinazioni di filtri YMC. Cosa possa ciò avere a che fare con “Lezioni di lettura informatica delle immagini” resta per me un mistero.

Dalla pagina 54 alla pagina 58 è stato usato il mio contributo al link:

http://www.gri.it/old_GRI/tecnica/stampa.htm

Il mio contributo sviluppa considerazioni sul valore della stampa fotografica e sull’importanza di stamparsi per proprio conto i fotogrammi delle riprese effettuate. L’argomento trattato è la stampa, con ingranditore, di materiale fotografico bianco-nero argentico trattato con i tradizionali chimici di sviluppo e fissaggio in tiosolfato di sodio (erroneamente spesso identificato come iposolfito).
Le mie spiegazioni includono dettagli sulla valutazione dell’esposizione progressiva e persino la stampa su carta bianco-nero dei negativi colore. Incredibile che qualcuno abbia potuto considerare queste informazioni come preziose nell’epoca dell’immagine digitale. Ho venduto tutto il materiale della mia camera oscura, credo quasi vent’anni fa ed ancora me ne pento. Oggi alcuni appassionati cultori dell’immagine argentica stanno tornando alle antiche tecniche e confesso che qualche velleità mi è ancora rimasta, ma cosa c’entri la stampa con ingranditore e chimici con l’arte digitale proprio non lo comprendo.

Dalla pagina 59 alla pagina 62, eccetto l’ultima colonna, è stato usato il mio contributo al link:
http://www.gri.it/old_GRI/tecnica/illuminazione.htm

Il mio contributo sviluppava spiegazioni e consigli sul controllo dell’illuminazione, con particolare riguardo alle riprese fotografiche in studio. I termini della questione hanno ancora validità sostanziale anche nella fotografia digitale.

Dalla pagina 65 alla pagina 66 è stato usato il mio contributo al link:
http://www.gri.it/old_GRI/storia/stereo.htm

L’argomento da me trattato e diligentemente ricopiato da altri è la fotografia stereoscopica e l’anaglifia.
Il mio testo considera la questione dal punto di vista essenzialmente storico. Una delle immagini che illustrano il testo è stata usata anche nel libro di Quaiotti: è una stupenda stereoscopia, tinta a mano, della mia collezione. L’avevo trasformata in anaglifia per poterne facilmente osservare l’effetto di profondità.

Dalla pagina 67 alla pagina 70, eccetto l'ultimo paragrafo, è stato usato il mio contributo al link:
http://www.gri.it/old_GRI/linguaggio/appunti.htm

Impiegai un paio d’anni di studio e ricerca per arrivare a formulare questo contributo relativo alla lettura delle immagini. In pratica si tratta della definizione di tre distinte chiavi di lettura che possono essere impiegate su piani di interpretazione diversi: connotazione e denotazione, soggetti simbolo, figure retoriche. Quest’ultimo aspetto fu sviluppato partendo da un’ipotesi di analisi dell’immagine pubblicata per la prima volta su “Progresso Fotografico” nel dicembre del 1977. La formulazione originale riguardava la comunicazione verbale ed io sviluppai la ridefinizione in relazione alle specificità del linguaggio visuale.

Dal mio lavoro di quegli anni (gli anni Ottanta del “secolo breve”) ricavai alcune dispense contenenti i miei contributi, sempre con precisazione di copyright e sempre datate, per distribuirle in occasione delle lezioni di fotografia da me tenute nel corso degli anni. Ne conservo ovviamente copia, così come immagino ne abbiano conservato copia i miei allievi di ImageAcademy (www.imageacademy.it) ed ancora prima per Photò.

Questi testi  furono inizialmente pubblicati con la mia firma, tra la fine del 1980 e l’inizio del 1981, in una rubrica del quotidiano “Bresciaoggi”. Pertanto mi è estremamente facile dimostrarne oggettivamente la titolarità del diritto d’autore.

Nel 2000, decisi di pubblicarli anche su uno dei siti web di storia e cultura della fotografia che curo: www.gri.it
Su ogni pagina che contiene tali testi compare espressa dichiarazione di copyright in testata ed a piè di pagina (© 2000 by Gabriele Chiesa), così come nelle intestazioni html di ciascuna pagina:
«meta name="Author" content="(c) 2000 by Gabriele Chiesa - Brescia - Italy, all rights reserved"» 
Come si osserva dai link, i contributi sono inseriti nella cartella “old_GRI” perché appartengono alla “vecchia” versione statica del sito che risale al giugno 2000.

L’editore del libro in questione, pubblicato in violazione dei miei diritti d’autore, nella persona di Marco Mucchi, si è dimostrato cortese e disponibile. Egli sostiene di essere protetto dalla liberatoria firmata da Luca Quaiotti e non ho motivo per dubitarne.
Il mio desiderio è quello di risolvere bonariamente la questione, senza richieste patrimoniali.
Se non otterrò ragione del mio buon diritto, mi vedrò costretto a perseguire questo signore per via legale, mutando il livello qualitativo e quantitativo delle mie richieste.

Tra l’altro mi risulta che la violazione di copyright sia reato penale.
Per ora ho contattato un avvocato per il supporto legale.
Qui inserirò gli aggiornamenti che seguiranno.
“Stay tuned” ;-)

Aggiornamento del 10.12.2013:
l'Editore STEm MUCCHI comunica con raccomandata che la pubblicazione è stata rimossa dal catalogo il 2.12.2012.
Nel medesimo giorno è stata data disposizione a Informazioni Editoriali "Redazione Catalogo Alice"
per ritiro immediato della pubblicazione dal catalogo libri in commercio.
Cologo l'occasione per ringraziare Marco Mucchi STEM MUCCHI Editore, per la cortesia, la collaborazione e la professionalità con cui ha affrontato la questione.

giovedì 25 luglio 2013

CdV Diamond Cameo Portrait 1864

Il brevetto “Diamond Cameo Portrait” non fu presentato per proteggere un particolare procedimento di stampa fotografica, ma un modello di montaggio e presentazione.
L’invenzione è normalmente attribuita a F.R. Window di Londra, ma la registrazione è del giugno 1864 a nome di Window and Bridge.

Diamond Cameo Portrait
by J.H.Clarke, Photographer, Allahbad.
Nicholas Bro.s, 90 Westbourne,
Grove W. & AT MADRAS, E.I.
Diamond Cameo Portrait by
W.E Debenham, 158 Regent St. W.
















La novità, rispetto alle tradizionali “carte de visite”, sta nella soluzione trovata per mostrare insieme quattro piccoli ritratti della medesima persona, con il volto ripreso da varie angolazioni.
Solitamente il soggetto veniva fotografato di fronte, di tre quarti, di profilo a destra ed a sinistra. Tuttavia esistono esemplari di CdV Diamond Cameo in cui la persona posa con e senza un dettaglio di abbigliamento, intento in una particolare azione, oppure inquadrato in modo diverso.

Questo effetto di “scomposizione temporale”, che anticipa per certi versi la fotografia photobooth (strisce di ritratti da chiosco automatico),  si presentò per la prima volta sulla scena della ritrattistica con le riprese multiple su singola lastra, come fece André-Adolphe-Eugène Disdéri nel suo studio parigino. Tuttavia le fotografie di Disdéri venivano poi, di norma, ritagliate e montate su singoli cartoncini CdV.

CdV Diamond Cameo Portrait mount
by J.H. Clarke, Photographer, Allahbad.
CdV mount for Diamond Cameo Portrait
by W.E Debenham, 158 Regent St. W.
Diamond Cameo Portrait by Nocholas Bro.s
90 Westbourne, Grove W. & AT MADRAS, E.I.
















Le Diamond Cameo Portrait organizzano invece nel medesimo ridotto spazio, quattro diverse pose, disposte appunto a diamante, in ovali che misurano ciascuno circa 19x25 mm.
Gli ovali sono impressi in rilievo, con il margine di contorno affondato nel cartoncino di supporto secondario e con la figura rialzata in forma di clipeo (scudo greco), convesso verso l’osservatore. Sul dorso del cartoncino di supporto della Cdv Diamond, si osserva invece la forma concava del punzone che ha prodotto il rilievo.

Per la ripresa fu usata una fotocamera Dallmeyer espressamente progettata per questo impiego, che consentiva di operare su una sola lastra che veniva spostata per ogni singola ripresa. Il procedimento implicava naturalmente l’uso di un'apposita coppia di pressa e un punzone.
Imitazioni del procedimento brevettato, furono realizzate per produrre CdV simili, ma piatte e dunque senza il caratteristico effetto di rilievo.

Gli studi che operavano con la licenza degli inventori, utilizzarono il marchio qui riprodotto.
Marchio dei licenziatari della presentazione
CdV Diamond Cameo Portrait
(1864 by Window and Bridge).

Questo particolare modello di montaggio godette di popolarità per un periodo probabilmente molto limitato nel Regno Unito e nei suoi Territori d'Oltremare, principalmente in Australia e India.
Il fotografo australiano Townsend Duryea, che aveva entusiasticamente iniziato a produrre e pubblicizzare Diamond Cameo nel maggio 1865, già in dicembre poneva in vendita l’attrezzatura completa (macchina Dallmeyer, pressa e punzone).

Il procedimento moltiplicava infatti i tempi di una normale ripresa singola, richiedendo attenzioni e manovre particolari, anche per l’esposizione della lastra.
Il risultato era estremamente elegante, ma i ritratti erano comunque minuscoli rispetto alle tradizionali dimensioni di una piena immagine Cdv.

La qualità ed il maggior costo non permisero probabilmte ai Diamond Cameo Portrait di reggere a lungo la competizione commerciale con una produzione economica più corrente.
Per questo gli esemplari che sono sopravvissuti fino ai nostri giorni sono piuttosto rari.

Tuttavia questi oggetti fotografici restano a testimoniare la raffinatezza e lo splendore dell’epoca fotografica delle CdV, ricca di soluzioni originali e sofisticate destinate ad un raffinato pubblico borghese.

Illustrazioni: Chiesa-Gosio Collections, Brescia

sabato 15 giugno 2013

Dagherrotipo colorato di Désiré François Millet, 1855 ca

Il dagherrotipo presentato in questo articolo fa parte delle “Chiesa-Gosio Collections - Brescia”. Il montaggio è quello tipico ‘french frame’ in quadretto, con passepartout in vetro dipinto e finestra di riquadro con ovale dorato. Il montaggio presenta, sul vetro frontale, in basso a destra, in caratteri color oro scuro, la dicitura: “MILLET, Rue Montesquieu, 6”. È stato acquisito da un antiquario di Saint-Mandé, sobborgo di Parigi, ed è giunto semiaperto e malamente (molto tempo fa) risigillato. L’assemblaggio interno ed il fissaggio della piastra era però ancora integro anche se non più a tenuta. La rimozione della carta incollata sul dorso ha permesso di recuperare quasi totalmente la locandina pubblicitaria che talvolta accompagna le immagini d’epoca, purtroppo già parzialmente abrasa da tempo. Il dagherrotipo è ad angoli piani e interi, piastra argentata in bagno galvanico, ed ha le dimensioni approssimate alla “mezza lastra”: 100x135 mm ed il montaggio misura 147x183 mm. Non sono presenti punzoni (NO hallmarks).

Il soggetto è una bambina ripresa in figura intera, in piedi con ombrellino, corona di fiori al capo. L’arredamento è costituito da una poltroncina con disegni a fiori e sul fondale dipinto è rappresentata una balaustra. Non è visibile nessun sostegno di bloccaggio per fermare il movimento durante la posa.
La bambina si è mossa in modo molto lieve e quindi non risulta perfettamente nitida, mentre il resto dell’arredo è perfettamente definito.
L’abito è stato colorato a mano in giallo, probabilmente con procedimento di sedimentazione a secco Isenring, mentre i fiori sul capo sono stati debolmente tinti in azzurro con coloritura a umido. Infatti questo dettaglio appare opaco e rialzato se osservato in luce fortemente incidente. Lo stesso accade per la crocetta in color oro al collo della fanciulla.

La datazione è stabilita con adeguata attendibilità considerando le informazioni presenti in "French Daguerreotypes" Di Janet E. Buerger, University Of Chicago, 1989. Lo studio di Rue Montesquieu, 6, Parigi, fu aperto verso il 1855 e sicuramente dopo il 1852. La locandina pubblicitaria indentificata da Janet E. Buerger come “Etichetta1” riporta già i riconoscimenti ottenuti: medaglia d’argento, 1855 Amsterdam; 1854 Londra, medaglia d’oro. In calce, la nota: “Ces prospectus ne peut être distribué qu’a l’Exposition”.
Ciò significa che l’ “Etichetta 1” è contemporanea dell’Esposizione Universale del 1855.
L’etichetta del dagherrotipo qui considerato non ha la grafica con le medaglie. Non sono citati riconoscimenti e manca la nota finale. Se ne può dedurre che potrebbe essere immediatamente precedente. I testo è sostanzialmente identico alla locandina “Etichetta 1”
La “Etichetta 2” che include invece anche: medaglia argento 1855 Amsterdam, menzione onorevole 1856 Bruxelles, 1855 Esposizione Universale, 1858 Dijon.

Qui di seguito, il testo tradotto in italiano e la versione originale francese.


DAGHERROTIPO IN MINIATURA SMALTO
Brevettata S. G. D. G.
Sistema del Professore Artista MILLET
Maison de la Salle Montesquieu, Paris.
Il solo studio in Europa per i ritratti in dagherrotipo miniatura smalto e senza inversione a specchio con il sistema MILLET, Fotografo Dagherrotipista del Ministero dell’Interno, dell’Agricoltura e del Commercio, dei principali Artisti drammatici, delle Scuole Politecniche, di San Ciro, delle Arti e Mestieri, delle Missioni Straniere, degli Armeni, dei principali Collegi di Parigi, dell’Armata, ecc., ecc.
I nuovi ritratti Millet possono essere grattati e spugnati senza alterarsi; essi sono a prova di sfregamento e delle ingiurie del tempo, perché la loro vetrificazione li assimila allo stato di pitture su porcellana. Quello che porta a coronamento di questa nuova generazione di dagherrotipi brevettati s. g. d. g. dal professor MILLET, è che le prove sono ottenute istantaneamente con tempo sereno, in qualche secondo con tempo più nuvoloso ed all’interno di un’ampia galleria vetrata, riscaldata e reputata la più bella di cui si abbia conoscenza.
Il prodotto impiegato per ottenere queste prove, conosciuto con la denominazione di ACCELERATORE-MILELT, è inalterabile; questa sostanza è stabile; essa offre anche agli operatori meno provetti, con la sua nuova combinazione di soluzioni fotografiche, il vantaggio provato ed incontestabile d’ottenere, come lui, facilmente senza insuccesso, magnifici Ritratti su lastra, carta, vetro, tela o altri materiali.
Ciascuno può convincersene presso la sua Esposizione ed ai corsi di Fotografia e Chimica fotografica per Allievi ed Amatori, che M. Millet tiene tutte le mattine, dalle ore otto alle ore undici, nella sua Galleria vetrata al numero 6 di rue Montesquieu a PARIGI.
M. Milleet offre ad Allievi ed Amatori una bella collezione di Apparecchi Nuovi e d’occasione, completi di tutti i loro accessori, così come una grande quantità di Vedute e di Monumenti su lastra, carta, vetro e tela, ripresi da lui stesso in dagherrotipia, così come un grande assortimento di confezioni di montaggio per lastre scelte, galvanizzate e placcate, insieme a tutto ciò che è necessario per la Fotografia e la Dagherrotipia.
COLLODIO MILLET, 2 fr. 50 c. al flacone, e 24 fr. al Kg.
M. MILLET dispone di personale numeroso e può trasportarsi in ogni punto di Parigi, dei Dipartimenti ed all’Estero, per formare e installare Allievi ed Amatori, fare Ritratti, Riproduzioni, Vedute e Paesaggi, Riesumazioni nei Cimiteri, Chiese ed altri Monumenti, così come Ritratti dopo il decesso, tanto di giorno che di notte, con l’impiego della luce elettrica.
Egli riproduce inoltre Dipinti, incisioni e Oggetti d’arte, così come Ritratti e miniature per Ciondoli, Medaglioni, Spille, Anelli, Bottoni ed Astucci.
Tutti i Ritratti sono consegnati ai clienti nella medesima seduta di ripresa e se, per un qualsiasi motivo, le prove non sono gradite, M. MILLET si impegna a rifarle gratuitamente in cambio delle prove rifiutate.
Infine egli esegue, con grande successo, Ritratti ai Gruppi di Famiglia, vedute microscopiche per la visione con lo stereoscopio, strumento che egli offre con i ritratti che imitano la natura vivente e le sue variazioni.

DAGUERREOTYPE MINIATURE EMAILLE
Breveté S. G. D. G.
SYSTÈME MILLET ARTISTE PROFESSEUR
Maison de la Salle Montesquieu, Paris.
Seule maison en Europe pour les portraits au daguerréotype-miniatures émaillés et sans miroitage par le système MILLET, Photographe Daguerréotypiste du Ministère de l’Intérieur, de l’Agriculture et du Commerce, des principaux artistes dramatiques, des Ecoles Polytechniques, de St Cyr, des Arts et Métiers, des Mission Etrangères, des Arméniens, des principaux Collèges de Paris, de L’Armée, etc., etc.
Les nouveaux Portraits Millet peuvent, sans s’ altérer, être épongés, grattés ; ils sont à l’abri du frottement et des injuries du temps, puisque leur vitrification les rend è l’état de peinture sur porcelaine. Ce qui vient couronner cette nouvelle régénération du Daguerréotype breveté s. g. d. g. du professeur MILLET, c’est que ses épreuves sont obtenues instantanément par le temps clair, en quelques secondes par le temps le plus obscur et dans un vaste galerie vitrée, chauffée, et réputée la plus belle que l’on connaisse.
Le produit employé pour obtenir ces épreuves, connu sous la dénomination d’ACCELERATEUR-MILLET, est invariable; cette substance photographique est fixe ; elle offre aux Opérateurs les moins exercés, avec sa nouvelle combinaison de solution photographique, l’avantage éprouvé et incontestable d’obtenir aussi facilement que lui de magnifiques Portraits sans déception, sur plaque, papier, verre, toile et autres corps. Chacun peut s’en convaincre à son Exposition et au Cours de Photographie et Chimie photographique, pour les Elèves et Amateurs, que fait M. Millet tout les matins, de 8 heures à 11 heures en sa Galerie Vitrée, 6, rue Montesquieu à PARIS.
M. MILLET offre aux Elèves et aux Amateurs une belle collection d’Appareils neufs et d’occasion, y compris leurs accessoires, ainsi qu’une grande quantité de Vues et Monuments sur Plaque, Papier, Verre, et Toile, daguerréotypés par lui, ainsi qu’une grande assortiment d’Encadrements de Plaques galvanisées et plaquées choisies, et tout ce qui est nécessaire à la Photographie et au Daguerréotype.
COLLODION MILLET, 2 fr. 50 c. le flacon, et 24 fr. le kilo.
M. MILLET ayant un personnel nombreux, peut se transporter sur tous les points de Paris, des Départements et de l’Étranger pour former et installer des Elèves et Amateurs, faire de Portraits, Reproductions, Vues et Paysages, Levées de Tombeaux dans les Cimetières, Eglises et autres Monuments, ainsi que les Portraits après décès, tant le jour que la nuit, à l’aide de la lumière électrique.
Il reproduit également les Tableaux, Gravures et Objets d’art, ainsi que Portraits et Miniatures pour Broches, Médaillons, Epingles, Bagues, Boutons et Ecrins.
Tous les Portraits sont livrés au public dans la même séance que l’opération, et si, pour un motif quelconque, les épreuves ne convenaient plus, M. MILLET s’engage à les refaire gratuitement en échange de l’épreuve rebutée. Enfin il fait, avec un très grand succès, des Portraits ou Groupes de Famille, microscopiques, pour être vus au stéréoscope, instrument qu’il offre avec ses Portraits imitant la nature vivante avec les variations.

Ulteriori approfondimenti, documentati con varie riproduzioni e illustrazioni del montaggio fotografico disassemblato in tutte le sue parti, si trovano sul libro
« Dagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia. Positivi unici e processi antichi nel ritratto fotografico»
[Acquista qui il volume cartaceo]
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© 2013 by Gabriele Chiesa & Paolo Gosio. All rights reserved. Tutti i diritti sono riservati.

sabato 25 maggio 2013

Crystoleum, Convex Miniature, Chromo-Photographie, 1879

© 2013 by Gabriele Chiesa & Paolo Gosio. All rights reserved. Tutti i diritti sono riservati.

 L'antico e complesso processo di produzione e confezionamento fotografico identificato come “Crystoleum” e denominato anche “Convex Miniature” oppure “Chromo-Photograph”, viene spesso confuso con altri procedimenti di montaggio su vetro esteticamente simili. Le fotografie crystoleum presentano un aspetto paragonabile a quello di immagini prodotte prima dell’avvento della fotografia, fino dal Settecento. Pitture eseguite su supporto in vetro, incisioni e stampe dipinte con varie tecniche ed incollate su vetro, furono allora definite “crystoleum”. L’effetto estetico e la natura degli oggetti fotografici crystoleum è sostanzialmente analogo a questi prodotti artistici e dunque risultò naturale omologarli sotto la medesima denominazione.

Questa tecnica di stampa, coloritura e montaggio presenta, per vari aspetti, interessanti analogie con l’ivorytype americana. Anche nella limitata dimensione Carte de Visite di questi esemplari, la produzione delle crystoleum richiedeva una perizia artigianale non comune e tempi di lavorazione che in epoca contemporanea appaiono inaccettabili. Questi costosi manufatti, che la sottile superficie di vetro bombato rendeva particolarmente fragile, erano comunque apprezzati per la preziosa e delicata resa del colore.
Miniatura Crystoleum (doppia lastra convessa in vetro 63.5 x 99 mm). Provenienza: Rochester, New York, U.S.A. Chiesa-Gosio Collections, Brescia.

Il processo crystoleum prevede l’impiego di una stampa fotografica all’albume, su sottile supporto cartaceo, da accoppiare a due vetri bombati. Il lato immagine, posto a faccia in giù, va fatto aderire perfettamente al vetro, con l’applicazione di un collante dal lato concavo. Ovviamente va posta la massima cura nell’eliminazione di ogni traccia di bollicine d’aria.

Il dorso della carta, quando è asciutto, può essere lavorato per abrasione, in modo da ridurre ulteriormente lo spessore e facilitare l’applicazione di un prodotto impregnante adatto a rendere trasparente il supporto. La coloritura dei dettagli, sul dorso dell’immagine, si effettua con tinte ad olio. Questo primo intervento interessa le aree a dettaglio più fine, mentre si tralascia la coloritura delle aree con massa colore più estesa ed uniforme.

Un secondo vetro convesso viene montato sul dorso del primo, inserendo sui margini sottili bande in carta che servono come distanziatori per evitare che il vetro interno tocchi il supporto fotografico. Tra le due lastrine di vetro convesso risulta quindi una sorta di sottile camera d’aria. Sul dorso del vetro interno vengono dipinte, sempre con colore ad olio, le masse estese di colore uniforme. Il fondo va infine chiuso con un cartoncino rigido che fornisce ulteriore consistenza all’assemblaggio.

I diversi elementi vanno infine sigillati insieme con l’applicazione di una striscia di carta collata. I vetri per miniatura crystoleum venivano appositamente prodotti per questo tipo di montaggio fotografico. Le lastre piane non venivano ritenute adatte perché l’effetto estetico di profondità non risultava altrettanto efficace.

Le lastrine bombate hanno uno spessore di un solo millimetro e la curvatura è modesta: circa 5 mm di spessore complessivo quando il singolo vetro è appoggiato su una superficie piana. La dimensione dei vetri di una miniatura crystoleum, formato carte de visite è di 62 x 93 mm ca. Questo formato fu popolare negli anni Ottocentoottanta, mentre in epoca più tarda, verso la fine Ottocento si osserva un formato lievemente maggiore, di circa 65.5 x 97 mm.

L’aspetto complessivo dell’oggetto fotografico è quello di una immagine delicatamente colorata, ricca di profondità e di trasparenze brillanti.

Il primo documento estesamente dedicato alla pratica fotografica del “Crystoleum Painting” sembra essere un volumetto di poche pagine: «Instructions for Crystoleum Painting», scritto da Harold Riise e stampato da “Mercury Office” nel 1884. Contiene dettagliate istruzioni di tre diversi modi per realizzare i crystoleum e include una pagina pubblicitaria con i materiali per produrli ed i prezzi di vendita. La sezione "Every Necessary for Crystoleum Painting" elenca tutti i dettagli relativi ai vetri, ai chimici per il trattamento e prodotti per il montaggio, con l’offerta di lezioni a cura di “Miss V. Hall of St. George's Hill”.

T.J. Moore, insegnante australiano, annunciava nell’ottobre del 1888, sul periodico “Northern Argus”: «Crystoleum Painting! A Rare Novelty! Photos painted in above style, cabinet or carte de visite, in oil colours, by the undersigned. Samples of work on view at Mr E.W. Marchant [photographer], Main Street, Clare, who will receive orders. Prices 2s 6d and 4s. T.J. Moore, Stanley Flat.»

Il complicato procedimento per realizzazione di fotografie colorate a mano godette di una certa popolarità fino agli inizi del Novecento.

La “Cassell’s Cyclopaedia of Photography” di Bernard Edward Jones, pubblicata a Londra nel 1911 da Cassell & Company ltd. spiega tutti i passaggi necessari e fornisce dettagliati consigli.

Ulteriori approfondimenti, documentati con varie riproduzioni e illustrazioni del montaggio fotografico disassemblato in tutte le sue parti, si trovano sul libro
« Dagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia. Positivi unici e processi antichi nel ritratto fotografico»
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Timbro sul cartoncino di montaggio di uno dei primissimi cristoleum, eseguito nello studio degli inventori del processo. Patent n° 211231, Jan. 7th 1879, by Thomas R. Evans & Francis S. Ideson, Baltimora, Maryland, U.S.A.  Chiesa-Gosio Collections, Brescia.
Fino ad ora non era però stato possibile rintracciare informazioni precise sull’origine del processo fotografico cristoleum. Una fortunata recente acquisizione delle “Chiesa-Gosio Collections, Brescia” ha finalmente consentito di risalire agli inventori e individuare correttamente il brevetto che, come ci si poteva attendere, non fu registrato con la denominazione “Cristoleum”.

Il 7 gennaio 1879, i fotografi Thomas R. Evans & Francis S. Ideson, Baltimora, Maryland, U.S.A. depositarono il brevetto 211231 avente come oggetto “Improvement in the preparation of photographic pictures”.


La licenza per lo sfruttamento dell’invenzione fu prontamente acquistata da Mr. Charles Shambaugh, Indiana, U.S.A. Con un’inserzione sul periodico “Indiana Progress” di giovedì 24 aprile 1879, egli dichiara di avere acquisito una approfondita formazione, direttamente dagli inventori e, di essere l’unico agente generale del brevetto per tutta la contea.

L’esemplare che, grazie al timbro riportato sul cartoncino di montaggio ("EVANS & IDESON / Convex Miniature / Patd Jan. 7th 1879"), ci ha consentito di ricostruire l’origine del processo è mostrato nel video qui sotto.



© 2013 by Gabriele Chiesa & Paolo Gosio. All rights reserved. Tutti i diritti sono riservati.

venerdì 3 maggio 2013

Un impiego marginale delle Carte de Visite: gli annunci di nascita e di matrimonio su “The Times”

Tra gli ultimi anni dell’Ottocento ed i primi del Novecento appare un uso piuttosto singolare delle fotografie Carte de Visite: la riproduzione degli annunci di nascita e di matrimonio su “The Times”.

Questo impiego della fotografia risulta decisamente marginale, ma è interessante considerarlo come indice del gusto e dei comportamenti sociali della borghesia del tempo.  Condividere pubblicamente la gioia di un lieto evento con i membri della famiglia, includendo i lontani parenti e gli amici, è sempre stata considerata un’esigenza dei ceti più abbienti. Questa funzione fu efficacemente svolta fino in epoca contemporanea dai biglietti postali, fatti appositamente stampare dalla tipografia di fiducia.

In un’epoca in cui la fotografia era considerata come uno strumento privilegiato di testimonianza, si ritenne forse che la riproduzione di un brano di un giornale prestigioso come “The Times” rivestisse un ruolo rituale di maggior livello e di documentazione condivisa ed evidente.

Gli esemplari di CdV che confermano questo impiego sono decisamente rari, ma consentono di sostenere che tale impiego marginale delle Carte de Visite fu effettivamente praticato, anche se per un periodo molto limitato di anni e forse solo in area inglese.

[Images from Chiesa-Gosio Collections, Brescia]

Borderline use of CdV
“The Times”: births and marriages
The Cantuar Photographic Co.
Announcements: births and marriages

lunedì 11 febbraio 2013

Dagherrotipo originale di Antoine-François-Jean Claudet

Dagherrotipo di Antoine-François-Jean Claudet
Riproduzione di un dagherrotipo colorato del fotografo Antoine Francois Jean Claudet.
Chiesa-Gosio Collections, Brescia.
Claudet apprese la tecnica della dagherrotipia direttamente da Daguerre, che ne fu l’inventore, e portò in Inghilterra questa preziosissima tecnica di fotografia diretta su lastra argentata.
Egli raggiunse i vertici nell’arte raffinatissima della coloritura del dagherrotipo.
Questa rarissima lastra, montata nell’astuccio originale dello studio londinese di Claudet "Temple of Photography", misura 65.6 x 78 mm ed è tra le primissime ad essere stata realizzata con questa qualità.
Questa lastra ci ha consentito di confermare che alcuni dei primi dagherrotipi vennero punzonati sul dorso e non, come di regola, sul recto. Codice hallmark nel libro «Dagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia - Positivi unici e processi antichi nel ritratto fotografico»: AS6SDE (Asterisk 6 Sectors Dish Engraved).
Il libro, ora alla seconda edizione, è più compatto ed economico della prima e più costosa edizione ed ho ora il costo di € 48. L'obiettivo di rendere questa pubblicazione di storia della fotogorafia e dei processi fotografici decisamente più conveniente, è stato raggiunto senza compromessi di contenuto, ma apportando alcune correzioni ed integrando informazioni. Ora gli hallmark classificati sono 166.
The American Daguerreotype,  il testo che finora è adottato come riferimento dai curatori dei musei di tutto il mondo ne riporta 63. I riquadri di presentazione europei ed americani sono classificati nel libro per tipologia. Sezioni e disassemblati mostrano la successione degli elementi che compongono i montaggi d'epoca. Un insostituibile strumento di studio per l'appassionato di storia della fotografia, per il collezionista e per chi desidera approfondire le tecniche antiche del ritratto fotografico dell'Ottocento. Clicca qui per vedere l'anteprima e valuarne l'acquisto su YouCanPrint.

giovedì 3 gennaio 2013

Carte de Visite di apertura Album

Il fenomeno della “Cardomania” che furoreggiò tra la fine dell’Ottofcento e l’inizio dell’Ottocento decretò il successo del formato Carte de Visite come strumento di identificazione e riconoscimento sociale della borghesia e della classe media benestante in epoca Vittoriana.
Del meccanismo di scambio che consentiva di raccogliere negli album la collezione dei ritratti di parenti, amici e conoscenti, ho già scritto nel precedente articolo sulle carte de visite.

All’acquisto, l’album si presentava, come ovvio, completamente spoglio. Naturalmente si poteva direttamente iniziare a popolarlo con le CdV di cui già ci si disponeva.
Tuttavia la sua funzione sociale ed uso consueto era quello di costituire una sorta di gioco che consentiva di vivacizzare gli incontri con gli ospiti che si ricevevano nel “salotto buono”.
Mancando le opportunità tecnologiche attuali, per animare serate e visite per prendere il the non rimanevano che poche alternative. Tra queste, si potevano intrattenere gli ospiti con almeno due generi di passatempi fotografici: la visione di vedute stereoscopiche e la visione dell’album fotografico.
In questo secondo caso, iniziava l’indovinello del “chi conosce chi” e le pagine venivano sfogliate come occasione di commenti e persino di pettegolezzi. Ciò era ovviamente occasione di delizia per le signore chiamate a condividere la complicità di questo genere di lettura fotografica.

La visione dell’album da parte degli ospiti implicava una sorta di impegno sottointeso che richiedeva il reciproco scambio di carte de visite; gesto che permetteva l’ulteriore sviluppo del gioco ed il completamento dell’album.
Per rendere più esplicita questa richiesta, in ambiente anglosassone, non era raro predisporre una CdV di apertura proprio nella prima pagina. Queste immagini riportano solitamente un breve brano in rima che invita il visitatore a partecipare attivamente al completamento dell’album con il dono della propria carte de visite, promettendo in contraccambio l’identico favore d’amicizia.
Le poesie di queste CdV di apertura sono a tutti gli effetti delle fotografie, spesso decorate da volute floreali, oppure anche da miniature multiple che possono rappresentare luoghi, bambini, fiori, fanciulle, scene di genere e pittoresche.
Quest’uso è praticamente assente in ambiente italiano, dal momento che questa tipologia di oggetto fotografico aveva un costo non trascurabile ed il consumo fotografico italiano rimase a lungo meno ricco di quello francese ed inglese. La struttura sociale italiana fu infatti caratterizzata da un’economia povera e prevalentemente agricola: la rivoluzione industriale produsse i suoi effetti solo a partire da inizio novecento.

Nell’album potevano anche essere inserite CdV di personalità politiche, del mondo dell’arte, dello spettacolo, della nobiltà, della politica oltre naturalmente ed in bella evidenza, le CdV della Famiglia Reale. L’esibizione di queste immagini, che si potevano acquistare presso i fotografi che le stampavano in serie, può fornire utili indicazioni sui valori condivisi tra gli appartenenti alle classi benestanti.
Negli album italiani è interessante notare che in alcuni album vengono poste in evidenza le immagini del re della regina e dei principi, mentre in altri sono esibiti i ritratti di Garibaldi e persino di Mazzini.

Si comprende dunque che esisteva un mercato per Cdv di apertura, riempimento e persino chiusura.

I brani in rima di apertura più ricorrenti sono di due tipi: “Quiz” e “Should Auld Acquaintance

Carte de Visite di apertura album

Ecco, qui di seguito, il testo
scritto su questa CdV di apertura album:

Should Auld Acquaintance
Be Forgot
And never Brought to mind?
While I've an Album to contain
The friends of "Auld Lang Syne".
Then gie's ye're "carte"
My trusty Friend
And here's a "carte" o' mine.
We'll fill our Albums to the end
Wi' the friends
Of Auld Lang Syne.


Carte de Visite, verso.

Questa è una CdV che racconta qualcosa di sé con una nota sul dorso…

Il testo di “Should Auld Acquaintance” si rifà ad una canzone tradizionale Scozzese, spesso cantata per celebrare l’inizio di un nuovo anno.
"Auld Lang Syne" è in italiano il "Valzer delle Candele".
Eccone una spendida esecuzione, in linga originale, in questo clip video…



Ecco un'altra CdV inglese di apertura.
Chi veniva accolto in visita presso una famiglia benestante di fine ottocento, veniva regolarmente invitato a sfogliare l'abum di famiglia. Ciò permetteva di stabilire legami culturali e riconoscimento di valori comuni. In questo modo la famiglia esprimeva il suo profilo sociale, economico, politico, religio, attraverso l'esibizione della scelta di CdV che esibiva. Le CdV potevano, ad esmepio, includere i ritratti della Famiglia Reale, riproduzioni d'arte e paesaggi. Allo stesso tempo si esponevano i dettagli e la qualità dell'abbigliamento e delle acconciature, attraverso la posa dei componenti della famiglia.
Chiunque apriva la raccolta delle imamgini, era chiamato esplicitamente ad aggiungere un altro volto, affincheè altri potessero unirsi al gioco del riconoscimento.


Ecco i versi che questa CdV declamava:

WHOEVER OPENS THIS TO SEE
ANOTHERS FACE WITHIN
MUST NOT FORGET HIS OWN
TO PLACE
FOR HAVING QUIZZ.D
AT HIM.

ALL THAT'S ASK'D
OF THOSE WHO LOOK
AT THE CONTENTS OF THIS BOOK
BY ITS RIGHT & LAWFULL OWNER
IS THAT EACH BECOME A DONER.

Carte de visite

Le fotografie formato carte de visite (carte-de-visite abbreviato come CdV o CDV) costituiscono una sorta di biglietto da visita fotografico che godette di enorme popolarità tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento.

Il successo di questo genere ritrattistico si fondò sulla novità e la convenienza di un prodotto fotografico nuovo, in grado di assolvere la funzione di strumento di identificazione e riconoscimento sociale. La borghesia in ascesa vi trovò una efficace soluzione al desiderio di autocelebrazione ed affermazione degli attributi di classe e della personalità individuale.

Le dimensioni normali di una carte de visite sono di circa 54.0 mm (2.125 in) × 89 mm (3.5 in) per l’immagine fotografica stampata su carta compatta e sottile. Questo supporto primario veniva montato, solitamente a caldo, su un cartoncino piuttosto consistente di 64 mm (2.5 in) × 100 mm (4 in). Il positivo è di norma stampato su carta all’albume. Gli esemplari più antichi possono essere stati realizzati su carta salata. Le CdV più tarde sono realizzate con processi al collodio, aristotipia o altri procedimenti, talvolta anche tecnicamente raffinati e rari. Non raramente la CdV veniva tinta a mano.

Il fotografo parigino André-Adolphe-Eugène Disdéri (Parigi, 28 marzo 1819 - 4 ottobre 1889) brevettò nel 1854 il metodo per ottenere otto diversi negativi su una sola lastra. Ciò determinò il formato che caratterizza le Cdv e che ne rese possibile il successo anche grazie alla riduzione dei costi di produzione. Il negativo poteva essere stampato per contatto e la produzione delle copie era quindi particolarmente conveniente.

Il formato tardò ad affermarsi nei primissimi anni, fino al giorno in cui l’imperatore Napoleone III fece fermare le truppe in partenza per la campagna d’Italia (II guerra d’Indipendenza Italiana) al n.8 del Boulevard des Italiens per farsi ritrarre da Disdéri. L’episodio è riposrtato nelle memorie del fotografo Nadar, pseudonimo con cui è conosciuto Gaspard-Félix Tournachon (Parigi, 6 aprile 1820 - 21 marzo 1910). L’intento era forse quello di promuovere e celebrare l’immagine dell’imperatore, diffondendone la conoscenza dell’aspetto fisico tra tutto il popolo, le truppe e gli Alleati. Disdéri vendeva le copie dei personaggi più famosi del suo tempo e che egli accoglieva volentieri nel suo studio. Farsi ritrarre da questo fotografo significava la consacrazione del proprio successo finanziario, artistico o politico.

Così tutti coloro che potevano permetterselo vollero farsi fotografare in Cdv, donando poi ad amici, conoscenti ed estimatori, copia del proprio ritratto. Il successo del formato carte de visite dilagò innescando il meccanismo di reazione a catena che stava alla sua base: io regalo la mia CdV a te, tu regali la tua CdV a me. In questo modo si costituivano con una discreta rapidità le grandi raccolte di carte de visite che implicarono l’affermazione di appositi album fotografici a finestre. In questi contenitori venivano riuniti i ritratti di familiari, amici e conoscenti, divenendo così una sorta di “atlante familiare” che permetteva il riconoscimento reciproco di legami, ruoli, aspettative e identificazioni sociali.

Album Carte de Visite da tasca, a portafoglio.

La “Cardomania” divenne un autentico fenomeno tra la borghesia ed i benestanti, iniziando dall’Europa, per poi diffondersi in America. Il piccolo formato CdV, che fu alla base del successo di questo genere ritrattistico e degli imponenti album fotografici, caratteristici dell’epoca Vittoriana, fu anche motivo della sua progressiva scomparsa.

© 2013 by Gabriele Chiesa


Album per Carte de Visite a finestre con decorazioni colorate in cromolitografia.