mercoledì 29 febbraio 2012

Gomma bicromata o bicromatata?

I processi fotografici hanno storicamente assunto una denominazione in lingua italiana seguendo una logica che non corrisponde necessariamente a ciò che è grammaticalmente giusto e corretto. Non raramente i termini tecnici si formano attraverso percorsi che sfuggono alle regole grammaticali.
Quando una terminologia si afferma, si consolida e risulta condivisa, diviene elemento linguistico di riferimento.
Per esempio la formazione del termine "dagherrotipia" è discutibile: avrebbe potuto chiamarsi daguerreotipia.
Ciò non è stato.

Per la gomma bicromata, può accadere che il termine “bicromatata”, invalso in tempi recenti, possa affermarsi, come sta facendo, in modo indiscusso.
Ciò non comporta che si possa poi automaticamente stabilire che per decenni i maestri della gomma bicromata abbiano usato il termine sbagliato perché erano ignoranti (ignoravano infatti come DOVEVA essere chiamato il procedimento).

In lingua italiana un oggetto metallico trattato in bagno galvanico al cromo si dice “cromato”. Ciò che è trattato con bicromato o dicromato è ragionevole che venga definito come “bicromatato”.
Non intendo mettere in discussione la legittimità grammaticale e chimica della formazione del neologismo.
Tuttavia il processo fotografico di cui qui si discute, come praticato per decenni, è stato abitualmente definito in passato come "gomma bicromata", che piaccia o no.
Se è maturato il tempo per considerare ciò che per decenni è stato condiviso come una corbelleria a cui è doveroso porre rimedio, non sussistono riserve ammissibili: il linguaggio è cosa viva.

Quando iniziai ad occuparmi di storia della fotografia negli anni Settanta la dizione “gomma bicromata” era impiegata senza alcuna riserva nei manuali e nei testi di storia della fotografia. Cito, uno per tutti, “Storia sociale della fotografia” di Ando Gilardi.
Tra i libri storici che parlano di questo processo vanno citati, come catalogati dall’Archivio Fotografico Toscano:
Vanni, Piero . Il processo di stampa fotografica positiva alla gomma bicromata / Pietro Vanni. - 2. ed. riv. e completata dal prof. Rodolfo Namias. - Milano : Il progresso fotografico, 1923. - 62 p., [16] p. di tav. : ill. ; 25 cm
e
Namias, Rodolfo . I processi pigmentari di stampa fotografica: carbone-bromocarbone (carbro), gomma bicromata / Rodolfo Namias. - 3. ed. riv. / per cura dell'ing. Ferdinando Todeschini. - Milano : Il Progresso fotografico, 1931. - IV, 95 p., [16] p. di tav. : ill. ; 24 cm.
Curiosamente quest’ultimo è stato catalogato più recentemente col termine “bicromatata” nel titolo. Sarebbe interessante poter verificare la copertina originale.

Non intendo sollevare inutili questioni di legittimità grammaticale. Sulla correttezza del termine “bicromatata” non ho obiezioni. Mi risulta un po’ cacofonico, ma questa è una valutazione soggettiva senza alcun rilievo.
Il nocciolo del problema che pongo non è come dovrebbe essere correttamente chiamato il processo in ossequio alle regole grammaticali. Piuttosto intendo porre la questione dell’impiego storico del termine. Ciò che è ritenuto giusto e corretto in un’epoca può essere ritenuto inappropriato in un’altra. In ogni caso, nulla impedirà di comprendere il riferimento ad un identico processo fotografico, pur usando una terminologia ritenuta poco ortodossa.

Un aspetto ancora più importante da approfondire, piuttosto che quello terminologico, è quello della tutela della salute. Il bicromato o dicromato di potassio è un sale dalle spiccate proprietà ossidanti, estremamente tossico e cancerogeno per il suo contenuto di cromo esavalente. L'inalazione di composti di cromo esavalente può produrre danni immediati, ma la sua pericolosità, come per la maggioranza delle sostanze cancerogene, si osserva in conseguenze anche molto lontane del tempo. I soggetti vittime di tumori non riescono, a distanza di molti anni, a collegare la malattia con il remoto contatto avuto con le sostanze cancerogene. Ciò rende particolarmente insidioso l’uso di sostanze chimiche che furono largamente ed incautamente impiegate in passato in ambito fotografico. È documentato per questa sostanza particolare il legame con l’insorgenza di intossicazioni croniche e carcinomi (vie aeree superiori e polmoni).

Chi si appassiona ai processi fotografici antichi può essere preso dalla tentazione di tornare a sperimentarli senza considerare la necessità di predisporre adeguate precauzioni. Gli esperimenti avventati in ambito fotografico sono spesso potenzialmente nocivi e possono rivelarsi a lungo termine devastanti per lo stato fisico di chi li compie. Sfortunatamente l’impiego di cappe aspiranti e filtranti a chiusura ermetica è ancora quasi estraneo alla pratica amatoriale.

Nel libro «Dagherrotipia, Ambrotipia, Ferrotipia. Positivi unici e processi antichi nel ritratto fotografico», in corso di pubblicazione, ho svolto qualche considerazione in relazione all’impiego del mercurio in dagherrotipia.
Le sostanze usate per la sensibilizzazione e lo sviluppo dagherrotipico sono infatti particolarmente tossiche e la loro incauta manipolazione può produrre seri danni alla salute, come purtroppo sperimentarono direttamente i pionieri della dagherrotipia. Il mercurio una sostanza neurotossica, che ha elevati effetti dannosi anche su diversi organi vitali. Operare in presenza dei suoi vapori è estremamente pericoloso perché l’inalazione provoca accumulo nel sistema nervoso centrale, producendo alterazioni permanenti, anche mentali, che si osservano solo a distanza di tempo.
 I dagherrotipisti contemporanei più accorti effettuano infatti il trattamento delle lastre al vapore di mercurio in box a tenuta ermetica e cappa aspirante filtrata, non trascurando di indossare una mascherina con filtro antigas.

Un antico detto inglese, per definire che si comporta in modo eccessivamente stravagante, usa le parole “matto come un cappellaio”. Chi non si ricorda di quello di Alice nel Paese delle Meraviglie? I cappellai del XIX secolo usavano infatti composti di mercurio per la lavorazione del feltro e ciò aveva terribili permanenti conseguenze sul loro stato mentale. Visto il rischio professionale, si sarebbe forse indifferentemente potuto usare la sentenza “matto come un dagherrotipista”.

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